giovedì 17 maggio 2018

Patrimonio europeo e risorse collettive #BlogNotes


Nuovo post dedicato all'iniziativa #BlogNotes. Il 2018 è l'anno europeo del patrimonio culturale. Citando direttamente dal sito, lo scopo “è quello di incoraggiare il maggior numero di persone a scoprire e lasciarsi coinvolgere dal patrimonio culturale dell'Europa e rafforzare il senso di appartenenza a un comune spazio europeo”.
L'Italia è ricca, l'Europa è ricca, la minuscola cittadina distribuita in villaggi sparsi sui monti è, a modo suo, ricchissima. Parlo di una ricchezza latente, ipotetica, che potrebbe essere la stessa in tutte le parti del mondo se solo ci fossero progettualità, impegno e investimenti. Sono nata in una località di mare fortemente turistica, eppure l'ho sempre vista sprecata. Masse di turisti sudati che invadono Portovenere, le Cinque Terre. Ma poi ci sono le zone nascoste, con le scogliere che si lanciano nel mare, ci sono gli antichi villaggi di pescatori ancora abitati, con le loro strade vuote e infuocate d'estate, ed è un attimo pensare a come valorizzarli, a come implementare informazioni e trasporto, per fare un modo che cotanto patrimonio venga conosciuto e goduto dai turisti.
(sì che magari gli abitanti dei paesini non sarebbero neanche troppo d'accordo, che ognuno è geloso delle sue strade e a vedere troppi sandali calpestare le viuzze di pietra un po' rischia di venire male).
Il patrimonio non è soltanto una questione palpabile e architettonica. Il patrimonio è una questione artistica, linguistica, letteraria. Può essere in formato plastico, scritto, digitale. Anche una filastrocca tramandata oralmente può considerarsi patrimonio, non meno di un monile preistorico.
Copyright e diritto d'autore sono concetti che si legano presto a quello di “patrimonio”. I primi vanno a difendere la paternità di un'opera e a limitare l'utilizzo della stessa come risorsa di carattere economico e creativo. Decadono dopo un certo periodo di tempo – 70 anni dalla morte dell'autore/artista – e da quel momento l'opera può davvero dirsi di tutti, un patrimonio collettivo.
Dicevo che il patrimonio può presentarsi anche in forma digitale, e non sono poche le banche dati che raggruppano quante più opere possibili – audio, visive, letterarie o una commistione delle precedenti – secondo parametri che possano facilitare al pubblico la ricerca delle stesse.
Opera di Edmond Dulac, artista e illustratore i cui diritti di utilizzo
sono scaduti. Enjoy.
Partiamo dall'ovvio, da Wikimedia, una collezione di file utilizzabili da chiunque e alla cui raccolta può contribuire chiunque.
Ma ci sono anche il sito Public Domain Review, Public Domain Archive, l'archivio della British Library su Flickr, l'Open Content Program.
Da un punto di vista prettamente letterario, abbiamo le biblioteche online LiberLiber e il Progetto Gutenberg, cui è collegata la Biblioteca Europea di Informazione e Cultura. Cercare titoli per poterli scaricare nella loro interezza è questione di pochi minuti.
Il patrimonio c'è, il patrimonio è tanto e bisogna imparare a sfruttarlo come si conviene. C'è da dire che non mancano le istituzioni che ce la mettono tutta per metterlo a nostra disposizione, - vorrei sapere chi è quel pazzo a cui è venuta l'idea di digitalizzare tutto 'sto mare di roba per permettere a qualsiasi persona dotata di una connessione di avvalersene e farla propria.
Qui i link agli altri blogger partecipanti a Blog Notes, - andate a dare un'occhiata, su.

lunedì 14 maggio 2018

Il Salone dell'Oca, un gioco importuno a #SalTo18

Ieri mi sono svegliata con un'idea scema; un'idea che non è bastato il caffè a togliere di mezzo, ho continuato a rigirarmela in testa e ho finito per portarmela dietro al Salone del Libro, ove ho potuto metterla in atto.
L'idea, come da titolo, è Il Salone dell'Oca, o come l'ho presentata agli editori che ho invitato a partecipare,– o che ho biecamente importunato, a seconda dei punti di vista – Il Gioco dell'Oca Versione Editoria Indipendente. In cosa consiste cotanto gioco? Semplice. Si parte da un editore, gli si chiede di consigliare:

  1. Un proprio libro;
  2. Un libro di un altro editore indipendente;

L'altro editore sarà la seconda tappa e così via, si ripete fino a che se ne ha voglia o, nel mio caso, fino alla chiusura della fiera.
Qual è lo scopo del gioco?
Conoscere nuovi editori, farsi consigliare qualcosa in cui credono, creare una mappa di rimandi correlati tra loro soltanto dall'amore per la lettura. Certo, a un certo punto ho barato. Proprio apertamente e senza scusanti. Ho barato. Vi spiegherò perché quando arriverò a quel punto, – e dire che non ho mai barato manco a Monopoli.
Iniziamo!

La prima tappa è stata Exorma Edizioni, per il semplice fatto che ne ho sempre sentito parlare benone, Simona di Letture Sconclusionate mi ha consigliato immensamente Le pietre di Claudio Morandini e la stessa Francesca di Exorma mi aveva invitata a fare un salto allo stand.
Francesca non c'era, ma c'erano due simpatiche standiste e quella che credo fosse la fondatrice. Si sono lungamente consultate per arrivare a consigliarmi Sudeste di Haroldo Conti, tradotto da Marino Magliani.



Da Exorma mi hanno consigliato Memorie di un porcospino di Alain Mabanckou – di cui ho letto, adorato e recensito Domani avrò vent'anni – edito da 66thand2nd, ed è lì che mi sono recata, col mio quaderno sgualcito e la mia parlantina balbettante.




Ho importunato brevemente una redattrice di 66thand2nd, che mi ha consigliato La signora della porta accanto di Yewande Omotoso, insieme abbiamo disturbato un ragazzo della casa editrice perché si lasciasse scattare una foto scenica col libro in mano e poi mi ha indirizzata da Voland, con Fisica della malinconia di Georgi Gospodinov.





Da Voland mi hanno indicato senza troppi indugi Mesopotamia di Serhij Zadan, per poi spedirmi da NNEditore, con A misura d'uomo di Roberto Camurri.
Da NNEditore ho piacevolmente importunato Luca, ed è stato un po' più agevole, avendo pure lui la sua esperienza di blogger letterario. Gli ho presentato il gioco come “una di quelle cose da blogger imbarazzanti da cui però può uscire un post carino”. Luca mi ha consigliato prima di tutto e con cocente entusiasmo 7 di Tristan Garcia, e me ne ha parlato abbastanza perché capissi che lo volevo moltissimo. Un distopico di bizzarra costruzione, una droga che porta in luoghi strani della mente di chi la prende, sette racconti lunghi... io lo attendo.



Luca mi ha poi spedita da Minimum Fax con Accanto alla macchina di Ellen Ullman.
Da MinimumFax credo temessero che tirassi fuori da un momento all'altro un manoscritto, e non posso dire di non capire il timore; narrano le leggende che al Salone arrivano fior di aspiranti scrittori con le sacche gonfie di faldoni da rilasciare in più stand possibili.



Ad ogni modo mi hanno presto consigliato I vivi e i morti di Andrea Gentile, per poi mandarmi da Il Saggiatore con Città sola di Olivia Laing.




E ora, STOP.

Questo è stato il punto in cui ho deciso di barare e ricominciare il giro.
Lo scopo primigenio del gioco era saltellare da un editore indipendente all'altro, e fin qui ci siamo, tutti quelli che avevo visitato fino a quel punto sono effettivamente indipendenti. Però erano anche abbastanza grandi e sicuramente conosciuti; finché non sono arrivata a Il Saggiatore, ho visitato soltanto stand praticamente abitabili.
Quindi che ho fatto? Ho sguardicchiato lo stand, e mi premuro io personalmente di consigliare un titolo che mi ha ispirata parecchio, La carne di Emma Glass.

Ho sfruttato quindi la Carta Imprevisto (che a ben vedere non credo esista nel gioco dell'oca) e sono andata a importunare Gorilla Sapiens, nel Padiglione 1.



La gorillina si è allegramente prestata; ha consigliato per intero la bellissima collana in cui hanno raccolto tutto Gargantua e Pantagruele di François Rebelais, – che non so pronunciare, e un amico francese continua a prendermi in giro per la volta che ho tentato – mi ha fatto un sacco di sconto su La sera che ho deciso di bloccare la strada di Walter Comoglio – avevo deciso di limitare gli acquisti all'ultimo giorno di Salone ma, ah-ehm – e mi ha spedita da Cliquot, con Gli esploratori dell'infinito di Yambo.



Sono stata contentissima della scelta della Gorillina; intanto ho raggiunto Cliquot nel bistrattato Padiglione 4 insieme a Carla di Una banda di cefali, e poi si tratta di un progetto editoriale particolarmente interessante, con un accurato recupero di meraviglie perdute. Cose belle forte.




Da Cliquot mi hanno straconsigliato Viaggio di una sconosciuta di Livia de Stefani, che sto lumando già da un po', e poi mi hanno spedita verso Neo, con Cometa di Gregorio Magini; l'editore allo stand mi ha indicato Vinpeel degli orizzonti di Peppe Millanta, e poi mi ha invitata a fare il giro per andare a importunare Intermezzi Editore con La carne di Cristò.





Da Intermezzi mi sono fermata un po' di più; mi hanno pure invitata a raggiungerli dentro lo stand che ancora non li avevo rassicurati sul fatto di non avere con me manoscritti da lanciare in giro. Hanno dimostrato un'indecisione così forte sul libro da consigliarmi – perché era evidente che credevano in tutto ciò che pubblicavano, e diamine la sferzata di entusiasmo che mi ha dato 'sta cosa – e alla fine si sono assestati su Storia di un torbido amore di Horacio Quiroga, “padre del racconto sudamericano, finora inedito in Italia”.




È stata una decisione dura, e c'è stato un fortissimo tentennamento su That's (im)possible di Cristò, che hanno definito una delle voci italiane più interessanti del panorama contemporaneo, e poi mi hanno parlato con evidente entusiasmo di Paolo Zardi, fino a regalarmi (ancora grazie, non dovevate, ma figuriamoci se rifiuto) Il signor Bovary. Alla fine si sono comunque decisi a mandarmi da Terrarossa, con Restiamo così quando ve ne andate di Cristò.



Ero curiosissima di visitare Terrarossa, casa editrice giovanissima fondata dal Giovanni Turi di Vita da editor, blog che seguo da anni con una costanza inaudita. Tralasciamo le figure da cioccolataia che ho fatto con Giovanni – non volete sapere – che mi ha comunque gentilissimamente omaggiata del volume già consigliato da Intermezzi – peraltro già presente nella mia Lista della spesa, quindi doppia gioia.
Giovanni mi ha indicato una delle ultime pubblicazioni, La gente per bene di Francesco Dezio, e poi mi ha spedita sempre da Neo con Il sale di Jean-Baptiste Del Amo.




E qui, sfruttando la regola della seconda nomination che ho pensato unicamente per potermi dare la rozza ed evidente possibilità di fare un po' quel cavolo che mi andava all'interno dello scoppiettante Salone dell'Oca,

CAMBIO GIRO!

Invece di tornare da Neo, sono andata da CasaSirio.
Di CasaSirio parlo spesso, sarà che l'ho vista nascere e ne ho assistito alla progressiva crescita con le nuove collane – i classici dimenticati, le voci straniere... - e ho finito per affezionarmici come ci si affeziona alle persone. Martino e Marta, la nuova ufficio stampa, mi hanno consigliato Grande madre acqua di Zivko Cingo, un romanzo scritto negli anni '60 sull'amicizia tra due ragazzini in un orfanotrofio-prigione nella Jugoslavia di Tito.
(ahia).




Martino mi ha poi consigliato L'alfabeto di fuoco di Ben Marcus, titolo targato Black Coffee. Il caso vuole che l'ufficio stampa fosse lì accanto, e mi è stato oppurtunamente presentato, cosa che mi ha permesso di fare una figura pessima confondendo Black Coffee e Racconti Edizioni – e di accusare la vicinanza degli stand per la mia svista, perché accettare i propri errori è per i deboli. Suddetto ufficio stampa, di cui non ricordo il nome perché aggiungere figuracce ad altre figuracce è un po' il mio mestiere – ma di cui Martino mi ha detto tutto il male possibile – mi ha scortata fino a Black Coffee, ove mi è stato consigliato L'ospite d'onore di Joy Williams.





Da lì mi è bastato fare due passi per raggiungere LiberAria Edizioni, di cui mi avevano consigliato La vita lontana di Paolo Pecere.



E poi erano quasi le 20.00 e il Salone stava per chiudere.
Potrei dire un sacco di cose su questo "esperimento"; che avrei dovuto progettarlo meglio, e magari tirarne fuori un post meglio strutturato, ma è stato comunque un sacco divertente e decisamente interessante; che molti editori hanno una pazienza infinita, e certi riescono a sprizzare un entusiasmo per quello che fanno da far drizzare i peli sulle braccia; che a volte vale la pena di disturbare la gente che lavora per fare qualche domanda, che l'editoria indipendente ha un sacco da offrire nel medio-grande (prima che barassi interrompendo il giro, diciamo) al piccolo-medio (da Gorilla Sapiens in poi).
È stato divertente, e vi indirizzo una volta di più verso quegli editori che si sono così gentilmente prestati alle importune domande di una sconosciuta.
Grazie a tutti coloro che hanno partecipato, soprattutto a quelli che non ne avevano voglia e a cui magari non ero neanche riuscita a spiegare bene il funzionamento del gioco. So che è difficile da credere, ma in tutta la giornata non mi ha sfiorato mezzo turpiloquio.
In compenso, uscendo dal Salone ho chiamato mia madre per farle gli auguri, e quando ho iniziato a spiegarle il gioco mi ha detto che secondo lei l'oca ero io. Beh. Forse.

giovedì 10 maggio 2018

Anniversari (da lettrice) - #BlogNotesMaggio


Lo ammetto, il tema di Blog Notes della settimana, Anniversari, un po' mi ha messa in difficoltà. Magari avrei potuto scrivere qualcosa sui vari bicentenari di Jane Austen, su Harry Potter che ha compiuto il primo ventennale dalla pubblicazione, su tutti gli anni in cui si è ripetuta la Giornata internazionale del libro, il fatto che la data - 23 aprile - sia stata scelta in quanto compleanno di un'ottima manciata di scrittori, tra cui Cervantes e Nabokov. Avrei potuto parlare di come negli ultimi anni milioni di persone abbiano preso a fare gli auguri ai loro scrittori preferiti nella data della loro nascita e in quella della loro morte, ripercorrere la storia dell'uomo in tante precise annualità.
C'è un problema. A me degli anniversari non è che interessi tantissimo. Certo, adoro i compleanni e con la mia coinquilina festeggio ogni anno la data d'inizio della nostra convivenza, ma quando si tratta di celebrazioni che vanno oltre la sfera dello strettamente personale, ecco, io lì un po' mi blocco. Negli ultimi anni è come se mi prendesse un piccolo cortocircuito, ogni volta che devo trasmettere al mio sentire privato i temi di una celebrazione collettiva, e un post su anniversari che non sento miei di certo riuscirebbe falso, forzato. Il Maggio dei Libri mica si merita un atteggiamento del genere, no?
Qui il mio dilemma su come affrontare il tema anniversari in modo che mi freghi effettivamente qualcosa di quanto sto scrivendo; passando bruscamente dal collettivo allo strettamente personale.
Questo autunno festeggerò venticinque anni da quando ho imparato a leggere. Mi rincresce non avere una data precisa per poterla ufficializzare appieno, ma so con certezza che era autunno. Avevo iniziato da poco la prima elementare, in classe ancora imparavamo le differenze tra una lettera e l'altra. Indossavo la tuta da ginnastica delle tartarughe ninja, quella porpora. Ero seduta nel bel mezzo della sala con Romeo, il gatto, acciambellato addosso. Aspettavo che mia madre terminasse di cucinare la cena, e intanto mio padre tornava dal lavoro. Aveva con sé un libro, una versione per bambini di La bella addormentata nel bosco. Ho imparato a leggere quella notte, mezza stesa su mia madre, una lettera dopo l'altra. Venticinque anni di libri, e inizio con una delle favole che mi piacciono di meno.
Vent'anni dalla domenica mattina in cui mi sono svegliata prima delle 6.00, quando il mondo ancora dormiva, e ne ho approfittato per pescare un libro dallo scaffale di mia sorella, La figlia della Luna di Margaret Mahy. Un libro che ho divorato prima ancora che finissimo di pranzare coi nonni, - metà del pasto l'ho passato a chiudermi in bagno per andare avanti con la lettura. Che maleducata.
Diciannove anni da quando ho letto Harry Potter per la prima volta, nella prima edizione Salani, regalo dei miei per il mio undicesimo compleanno.
Diciassette anni da quando ho incontrato Neil Gaiman sulla mia strada. Il libro era Coraline, un'edizione economica presa in biblioteca. Una biblioteca piccola, di paese, una sala per gli adulti e una per i ragazzi, e io ci stavo per ore, saltando dall'una all'altra. Dopo Coraline è venuto Stardust, dopo Stardust è tutto più confuso: avrò divorato senza tregua tutto il Gaiman che mi sono trovata davanti, altroché.
Sedici anni tra me e Intervista col vampiro di Anne Rice, nell'edizione pocket di mia sorella, - curiosamente era piaciuto molto più a me che a lei. Le Cronache dei vampiri hanno forgiato i miei gusti letterari per lungo tempo, facendomi apprezzare una scrittura raffinata, la bellezza di caratteri sfaccettati, la consapevolezza di come la forza d'animo possa manifestarsi in una moltitudine di modi e di come la morale sia perlopiù questione di cultura.
Nove anni tra me e Cime tempestose; non l'ho amato come ho amato i titoli cui ha aperto la strada, la sestina di Jane Austen e e i romanzi di Charlotte Bronte. Ma è con Cime tempestose che, al secondo anno di università, ho iniziato a perdermi nei classici inglesi.
Sette anni da quando ho aperto il blog, cinque da quando ho iniziato a frequentare regolarmente il Salone del Libro.
La vita del lettore è fatta di un sacco di celebrazioni collettive, di fiere del libro, compleanni e anniversari. C'è sempre una scusa per festeggiare, e c'è sempre qualcosa di buono da tirare fuori da una festa, che sia una sferzata di attenzione o un discreto approfondimento.
Ma io, nel mio piccolo, continuo a festeggiare i miei anniversari, prendendone nota anno per anno. È un percorso fatto di tappe, in cui ogni stazione porta a un bivio importante. Vorrei avere una data per tutti i libri che per me sono stati significativi; Ronja di Astrid Lindgren, Papà Goriot di Balzac, Rebecca la prima moglie di Daphne Du Maurier. E invece quelli si perdono, colpa dell'ingordigia con cui li ho divorati.
(come potrete immaginare, ci rimango malissimo quando qualcuno si dimentica di farmi gli auguri di compleanno).
Qui i link con tutti i partecipanti all'iniziativa BlogNotes, gente.

lunedì 7 maggio 2018

Il lungo sguardo di Elizabeth Jane Howard


Il lungo sguardo di Elizabeth Jane Howard, scritto nel 1956, edito in Italia da Fazi nella traduzione di Manuela Francescon. Iniziato pochi giorni fa, terminato ieri notte. Qualche sera fa non riuscivo a dormire, presa da paturnie strane e problemi non miei, e mi ci è voluto questo libro per regolarizzarmi il battito e accompagnarmi nel sonno. Non che sia la lettura più frivola e gioconda che io abbia mai fatto, tutt'altro. In questo libro in particolare, i personaggi della Howard mi sembrano una dolorosa manica di disgraziati.
Il lungo sguardo inizia a Londra nel 1950. Ci sono Julian e June che devono sposarsi, lui compassato e lei insicurissima. Ci sono i loro rapporti coi genitori, i loro dubbi sul matrimonio, la cena cui devono partecipare. È un capitolo lungo, corposo, ti aspetti si vada avanti con la storia, e invece torni indietro. Eravamo nel 1950 e all'improvviso ci ritroviamo nel 1942, e poi nel 1937 e così via fino ad arrivare al 1926.
Il romanzo, che era iniziato con Julian, figlio di Conrad e Antonia Fleming, vira su come Conrad e Antonia si siano ritrovati insieme, e nell'ultima parte va ancora più indietro, verso un'Antonia diciannovenne, prima che conoscesse Conrad.
È un romanzo interessante sotto così tanti punti di vista che mi è difficile metterli in ordine. In un certo senso è come se iniziassero dalla struttura a ritroso, che implica uno spostamento da determinate problematiche e personaggi ad altri, del tutto diversi. Come se l'autrice avesse deciso di divertirsi manomettendo i meccanismi di aspettativa del lettore. “Hai presente quel personaggio? Guarda com'è confuso, immaginati la sua infanzia, i suoi traumi. Credi che te ne parlerò nel prossimo capitolo, vero? E invece no! Dimenticatelo. Lui non c'era, nel 1926.” Una roba del genere.
C'è il fatto, poi, che i personaggi della Howard hanno sempre qualcosa di speciale, e questo romanzo non fa eccezione. Per due terzi buoni del libro – facciamo anche tre quarti, va' – l'attenzione è fondamentalmente puntata su Conrad Fleming, marito di Antonia, nucleo del suo mondo e del suo vivere. Conrad è un personaggio interessante e un essere umano sommamente molesto, almeno secondo me. Ti si apre poco a poco, ti riempie di dubbi sull'essere umano, e conseguentemente su di te, su di lui, su quelli che gli stanno attorno, sul mondo intero. Conrad è questo tizio complesso, intricato, acuto, la cui cortesia non riesce a nascondere del tutto una freddezza di fondo, un calcolo continuo. Vive giocando con le persone, forgiando le donne che fanno parte della sua vita, Antonia in primis. E allora ti chiedi perché Antonia si presti a un matrimonio del genere, come abbia fatto Conrad a diventare quello che è, a cercare di ottenere qualcosa che sembra rifuggire. Mi sono interrogata, leggendo, su quale condizione mi apparisse più patetica, quella di Antonia che vive in una condizione di incertezza riguardo a Conrad e riguardo a se stessa, oppure quella di Conrad, che sembra divorare la luccicanza delle sue donne, ed è troppo debole per vivere senza instradarle in un cammino che odia ma conosce.
Ho adorato poi il modo in cui l'autrice ha lasciato che mi dimenticassi di Conrad, mettendo al centro la giovinezza di Antonia, facendomela conoscere prima che il marito la spegnesse. Nell'ultimo capitolo si trovano le risposte a molte domande, alcune perfino ovvie, che se stessi chiacchierando della situazione della mia amica Antonia con un'altra amica, mi verrebbero subito alle labbra, ma che a leggere un romanzo magari non si affacciano neanche alla mente.
Come tendo a ripetere ogni volta che leggo un suo romanzo, Elizabeth Jane Howard è Elizabeth Jane Howard. Mi ricorda Jane Austen e Elena Ferrante, acuta e cruda, e insieme di una delicatezza insostenibile. L'unico appunto che ho da fare al romanzo è che la struttura a ritroso mi ha lasciato con alcuni interrogativi incolmabili di risposta. Non capisco se si tratti di una scelta o se l'autrice a un certo punto abbia cambiato idea o si sia stufata. Non lo so.
E, devo dire, mi interessa relativamente. Io Il lungo sguardo l'ho adorato, punto.

giovedì 3 maggio 2018

Letture e Libertà #BlogNotesMaggio


Quando si parla del legame tra libri e libertà, il discorso tende a farsi immediatamente solenne. Nell'immediato ho pensato di parlare di Jane Eyre – originale, eh? – e subito dopo di legarla ad alcune eroine di Jane Austen, soprattutto a quella che mi è piaciuta di meno, Fanny Price di Mansfield Park.
Poi ho pensato a mio nonno, che per la libertà, un concetto che oggi possiamo rigirarci comodamente tra le mani, ha combattuto sul serio, mio nonno con la sua biblioteca infinita, con quella fame di libri che l'ha abbandonato solo negli ultimi anni di vita, – e questa cosa mi farà sempre un po' male.
Poi ieri ho iniziato a leggere Il lungo sguardo di Elizabeth Jane Howard, nonostante avessi in lettura già altri quattro titoli – A noi vivi di Heinlein, La dimensione oscura di Nona Fernandez, l'antologia Ebrei contro zombie, Pulp di Bukowski. Tutti libri che mi attirano per un motivo o per l'altro, che ho iniziato con ingordigia, per pura golosità.
La libertà, nella lettura, è soprattutto questa. Nonostante il post su Jane Eyre e le eroine di Jane Austen fosse praticamente terminato, nonostante la profondità del termine libertà, declinabile in tutte le grandezze concepibili, ho deciso che avrei parlato di una libertà più semplice, personale, quasi frivola. La libertà è anche il diritto di mantenersi terra terra.
Credo che l'amore per la lettura si sviluppi davvero quando hai la possibilità di scegliere senza restrizioni cosa leggere, pescando nel meraviglioso e nell'orrido, senza lasciarsi influenzare da ciò che si dovrebbe leggere per essere considerati Veri Lettori, – come se la ricerca del best-seller fosse un'onta, e quel Fabio Volo/Sophie Kinsella fosse una macchia indelebile.
Ma libertà è anche deprecare in allegria, e pure senza mettersi a lanciare giudizi su quello che dovrebbe essere un Lettore, è bello ogni tanto immergersi consapevole nel cattivo gusto, lasciarsi cullare da trash e orridume, abbandonarsi all'imprevedibilità di mille cliché malamente gestiti.
Libertà è, come dicevo all'inizio, leggere più libri per volta, pur sapendo che sarà più dura terminarne la lettura, quindi chissà quando potrò parlarne qui sul blog. Libertà è anche scegliere di dedicare più tempo a una lettura per potersela godere, anche se quel libro magari l'ha mandato una casa editrice che ai suoi tempi un po' ci tiene, – ma l'esperienza di lettura è sacra, individuale, alle altrui esigenze si può pensare solo fino a un certo punto, altrimenti che divertimento è?
Ultimamente sono sempre impegnatissima, e il tempo per leggere si è fatto miserrimo; leggo dove e quando posso, durante i pasti – e via di macchie di caffè sulle pagine – e nella vasca, nelle sale d'attesa, per distrarmi tra un dovere e l'altro.
Il legame coi libri è personale, unico per ogni lettore. Una serie indefinibile e cangiante di “cosa come dove perché quando” che si attiva durante la scelta del prossimo libro, tutte le volte che si allunga la mano verso un nuovo titolo.
Un tempo gigioneggiavo, adolescente stolta e immatura, su ciò che si dovrebbe leggere, oggi trovo una certa bellezza nel permanere di scelte che non riesco a spiegarmi, nelle letture eminentemente facilone e magari pure brutte. È bello che ci siano, e che chi ha un determinato gusto possa trovare il suo libro.
Ed è bello che la lettura rimanga fondamentealmente una scelta. Liberi di fagocitare una biblioteca, o di darle fuoco lasciandola intonsa.
Buon maggio dei libri, gente.
Qui potete trovare la lista dei blog aderenti a BlogNotes, e vi consiglio caldamente di dare un'occhiata.

giovedì 26 aprile 2018

Vogliamo leggere (davvero) - #BlogNotesMaggio

In Italia siamo soliti considerare la lettura come un animale raro da salvaguardare, qualcosa che non si sa bene a cosa serva ma è bello che ci sia. Non sappiamo spiegare quale sia l'apporto di una determinata specie in via di estinzione, ma siamo aggrappati all'idea di averla con noi, tenerla al mondo, che la sua scomparsa ci direbbe qualcosa di noi e del mondo che non vorremmo sapere.
Sentivo, fino a qualche tempo fa, un affettuoso protezionismo nei confronti della lettura, con un sentore di elitarismo che mi portava a dare per scontata la narrazione per iscritto come automaticamente superiore rispetto a qualsiasi altra forma di intrattenimento e conoscenza. La dimensione salvifica della letteratura, per così dire.
Non che io non ami tuttora visceralmente il libro e tutto ciò che lo accompagna; ma sono consapevole di come la mia ossessione sia soltanto mia. Al mondo c'è anche altro di parimenti – culturalmente – importante. E tuttavia, che la lettura sia intrinsecamente utile e importante è un dato di fatto. Potrei elencare fior di studi che hanno provato come leggere romanzi sviluppi l'empatia, la capacità di interpretare il mondo che ci circonda, la competenza nella costruzione e comprensione di frame comportamentali, per non parlare del bisogno del nostro cervello di mantenersi attivo, specie in età avanzata. Leggere fa bene, è un dato di fatto.
La Giornata mondiale del libro e del diritto d'autore è stata istituita nel 1995 dall'UNESCO, in una risoluzione firmata a Parigi da un totale di 12 paesi. Lo scopo della Giornata sta assai prevedibilmente nel promuovere la lettura e a valorizzare l'apporto della letteratura nel contesto dell'avanzamento sociale dell'uomo.
In Italia precede di poco l'inizio del maggio dei libri, promosso dal Centro per il libro e la lettura e dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, durante il quale si avvicendano fiere, iniziative e promozioni da parte dell'editoria e dell'industria culturale nel suo complesso. Ci sono state varie edizioni di #ioleggoperché, Torino che legge, Letti di notte, e pare che la promozione istituzionale si sia assestata in un buon numero di iniziative più o meno di successo, – difficile da dire in così poco tempo, ma sicuramente i lettori sembrano gradire.
#BlogNotes è un progetto di comunicazione editoriale ideato da Laura di Il tè tostato; quest'anno consisterà in una ciurma di blogger che pubblicheranno post a tema ogni settimana, – trovate tutti i blogger aderenti qui.
Si tratta di un incontro tra l'iniziativa istituzionale e quella spontanea, tra lo Stato e il lettore. Trovo che non siano soltanto le manifestazioni ufficiali a dire qualcosa sul bisogno di leggere dell'uomo; anzi, essendo motivate da ragioni educative e sociali, se non economiche, – nel lungo tempo, s'intende – le vedo quasi come un fenomeno secondario all'insorgenza di iniziative organizzate da individui estranei al settore librario.
Avete presente il bookcrossing? Penso di sì. Quella che fino a pochi anni fa era una pratica di nicchia è diventata comune. Scaffali di libri pronti ad essere sfogliati, presi in prestito e rilasciati in giro sorgono nelle biblioteche, nei bar, qualche volta persino negli studi medici. Mio padre, voracissimo lettore, fa la spola tra la biblioteca di paese e un bar gestito da lontani cugini, sempre pieno di nuovi libri da scambiare.
Non solo poi nei locali e nei posti chiusi; il bookcrossing si accontenta di cabine telefoniche abbandonate, piccoli cubicoli in mezzo a una piazza, davanzali all'aperto.
I gruppi di lettura poi sono sempre più attivi, sui social come di persona. Si organizzano su Anobii, su facebook, nelle biblioteche, oppure si formano spontaneamente tra gruppi di amici che vogliono condividere le loro impressioni di lettura.
Ci anche sono pagine facebook come Chi semina libri raccoglie tempesta, in cui vengono postate foto di libri abbandonati in giro per le città, protetti da buste di plastica, con una breve descrizione che possa agganciare il lettore.
Il mondo dei lettori si è preso carico della promozione della lettura già da tempo, e con disinteressata passione; ha preceduto lo Stato, l'industria, il mondo istituzionale della cultura, ne è diventato baluardo e forse ne sarà il riflesso.
C'è una dimensione speciale, nella letteratura, in qualcosa che viene creato dal nulla, che la rende selvaggia, imprevedibile, impossibile da catturare completamente in un'immagine fissa e riproducibile. È una dimensione di libertà assoluta, in cui tutto può essere e tutto può accadere e si riflette, nei lettori, nell'impossibilità di carpirne completamente il movimento, di prevederne le mosse. La letteratura si muove a ondate, segue certe mode e ne abbandona altre; spuntano casi editoriali e altrettanti ne affondano, senza quasi che ce ne accorgiamo. Ma quello che rimane dall'alta marea è un risultato che non ci aspettavamo, un titolo di inaspettata potenza che rimane scolpito, un'ombra incancellabile nella sabbia.
Sono movimenti che partono prima dall'uomo, e poi arrivano allo Stato.
Ed è la passione che li spinge, quella che vorrei festeggiare, quella passione che nella settimana della Giornata internazionale del libro reclama in questi giorni il suo riconoscimento politico a livello internazionale.
Auguri, gente. A tutti.

mercoledì 25 aprile 2018

Il pittore fulminato di César Aira


Forse sarà un approccio un po' scomodo, e sicuramente mi impedisce di apprezzare un romanzo in tutte le sue sfumature e interpretazioni; e tuttavia, quando mi approccio a un libro, voglio farlo senza saperne niente. Mi basta un abbozzo di trama, il contesto in cui prende vita la storia. Evito la quarta di copertina come la peste, preferisco restare ignara fino all'ultimo di ogni plausibile e implausibile scoperta.
Questo vale anche per i romanzi incentrati su personaggi realmente esistiti, come in questo caso. Il pittore fulminato di César Aira, edito da Fazi nella traduzione di Raul Schenardi, tratta della bizzarra – e tragica – figura di Johann Moritz Rugendas, artista tedesco attivo nell'Ottocento. Era un naturalista, e ha viaggiato in lungo e in largo nell'America Latina, in cerca di paesaggi fantasmagorici ai suoi occhi europei, al suo sguardo civilizzato.
Il pittore fulminato è un romanzo bizzarro; tanto per cominciare è privo di dialoghi, tutto discorso indiretto e descrizioni puntuali. Rugendas dice, Rugendas pensa, Rugendas fa. È tutto chiaro, agli occhi del narratore, che affibbia ipotesi a un personaggio e svela gli intimi pensieri di un altro. Devo dire che, se da un lato apprezzo la voglia di sperimentare dell'autore, dall'altro ho trovato più difficile entrare davvero nella testa dei personaggi ed empatizzare con loro. È stato più come guardare una fotografia, che come vivere la scena.
Ma ancora della trama non ho detto nulla. C'è Rugendas che parte per l'America Latina per dipingerne le meraviglie, riportarne un'immagine nel Vecchio Mondo. Con lui il collega e amico – meno dotato – Krause. Messico, Cile, Argentina. A dipingere le montagne, la vegetazione, la semplicità della vita quotidiana dei nativi e dei coloni, la bellezza spietata delle scorribande dei banditi.
A metà viaggio, a Rugendas succede qualcosa di terribile; non ho chiaro se si tratti di un'invenzione narrativa di Aira o di quanto è realmente avvenuto. Mi basta sapere che è vero nel romanzo. Mentre si era allontanato dal resto della spedizione in cerca di acqua, Rugendas viene colpito da un fulmine, per ben due volte, mentre è in sella al suo cavallo. I fulmini lo lasciano sfigurato, moribondo. Nel lungo periodo, gli lasceranno emicranie terribili, giramenti di testa, una porta aperta verso un mondo che nessun altro capisce. Resta in parte folle, sempre dedito al lavoro, imprevedibile anche per il fidato Krause.
E questo è quanto. È la storia, breve, del secondo viaggio di Rugendas in America Latina. Mi tengo alla larga da Wikipedia, non voglio distinguere con troppa sicurezza il vero dall'inventato. Non voglio sapere se ciò che ho letto fosse di Aira o di Rugendas.